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lunedì 3 dicembre 2018

Lassie

Il vecchio portone si apre per lasciare uscire una coppia di mezza età. Lui scuro di capelli, viso tirato, pancetta, maglietta trasandata e jeans. Lei capelli biondi tinti da tempo, viso tondo con labbra ricurve, taglia forte,  maglietta e gonna di jeans. Entrambi tengono al guinzaglio un cane. Lei un pastore tedesco, lui un border collie cioccolato. Dalla parte opposta della strada sul marciapiede sta passando un cane con il suo proprietario. Il collie lo vede inizia a dimenare festoso la coda e cerca di attraversare la strada. L uomo che lo tiene al guinzaglio con ferocia inaudita, nel più assoluto silenzio, inizia a colpirlo con pugni violenti mirati allo stomaco. Il collie non si muove, non si difende, si accascia, resta fermo inginocchiato a terra. Il guinzaglio lo sta strozzando. 'Smetta di picchiare il cane! Smetta! basta!' Gli urlo più volte. La donna si gira inviperita verso di me 'Fatti i cazzi tuoi! Capito? I cazzi tuoi! Non rompere i coglioni'. Il violento mi guarda e digrigna i denti minaccioso e intanto colpisce ancora  il povero collie. 'Se non la smette chiamo i carabinieri!' La donna continua ad inveire contro di me. Perché lo difende? Perché difende questo essere violento e pezzente? Perché oggi lui forse non la picchiera', se ha picchiato il cane forse si sarà sfogato. Sì, forse oggi non la picchierà. Ieri l'ha fatto, e' avvenuto tutto in silenzio, come sempre, affinché i vicini non sentissero il suo dolore.
Poi la coppia scompare oltre la curva, sul marciapiede, entrambi tengono al guinzaglio un cane. Lei un pastore tedesco, lui un border collie cioccolato, con la coda bassa, rasenta il muro delle case al passo preciso con il passo del suo aguzzino. 
Risalgo in auto e mi viene da piangere.

domenica 25 novembre 2018

Lillith

Alzando gli occhi dalle carte lo vide entrare nel suo studio, per mano teneva un ragazzo fragile. Incontrò i suoi grandi occhi e all'istante visionò tutto il suo viso, il suo mento un po' sporgente, le sue labbra semiaperte in un sorriso appena accennato. Lavorava nello stesso ambiente, lo aveva incontrato mille volte al bar, nella mensa o negli incontri ufficiali. Ma solo ora lo vedeva veramente. I suoi pantaloncini corti appena sopra le ginocchia, quelle scarpe di ginnastica, quella maglietta scura che gli dava una pelle morbida da bambino senza peluria, un ciocca di capelli appena sopra la fronte. E le sue mani..lunghe affusolate. Quella mano stretta nell'altrui mano le semprò fortissima e nello stesso tempo tenerissima. Il tempo di un istante e tutto era lì, davanti a lei. Da quel giorno, Lillith non fece che pensare a lui, non fece che vivere per lui. Sono passati oltre vent'anni, tuttora non fa che pensare a lui. Poi vincendo i battiti impietosi nel suo petto gli aveva parlato, vicendo la sua grande timidezza l'aveva corteggiato, chiudendo gli occhi per non vedersi arrossire l'aveva baciato e poi..poi, tutto, lui divenne tutto. Lei gli chiese di sposarla, lui accettò senza tanto entusiasmo a patto di non avere figli. Si sposarono un giorno bellissimo di festa grande, il piu bel giorno della sua vita. In lui realizzava l'amore che aveva sognato, la tenerezza che voleva il suo cuore, la dolcezza delle carezze che da sempre immaginava, l'allegria che facevano felici i suoi giorni ripetitivi, il fatalismo del destino umano che a volte faticava ad accettare, l'armonia della quotidianità che spesso le pesava, le risposte ai perchè delle miserie umane e di un 'mondo' crudele che spesso la contrariava. Tutto questo e altro, tanto altro. Quel giorno davanti al prete lui era bello come non mai e quel suo 'si' pronunciato con voce sicura aveva echeggiato in tutta la chiesa, fino a spegnersi nel suo cuore. Lì, per sempre. Per Lillith, quel 'si' risolveva tutti i suoi timori e i piccoli nodi che già c'erano tra di loro quando si discuteva. Poi una sera lui sparì drammaticamente dai suoi occhi e dalla loro casa, ma non dalla sua vita. Qualcuno ha insinuato che lui non fosse 'tutto questo e altro, tanto altro', che in fondo non ci teneva tanto a lei. Ma Lillith continua a vivere con lui, lui è tuttora 'tutto' e quando la sera chiude gli occhi quel'uomo diventa l'amore, la tenerezza, la dolcezza, l'allegria e la forza per accettare il destino umano. Lillith ne è certa, ed è così che passa ogni giorno, porta con orgoglio la fede nell'anulare sinistro e se alza il viso dalle sue carte lo rivede entrare nel suo studio, come quel benedetto giorno, quando se ne è perdutamente innamorata. Ancora il 'vederlo' le strappa un sorriso.    

giovedì 25 ottobre 2018

Crino

Era una domenica di luglio, sulla riva del loro lago, per la prima volta l'abbraccio spegneva dolcemente i battiti impazziti nascosti nei loro petti. Poi in casa l'amore, lentamente, fuori il tempo scorreva veloce sull'immobile acqua verde. Mentre la baciava Crino si sentiva avvolto da una musica travolgente, gli sembrava una via di mezzo tra l'anomino veneziano e il motivo di Lara. E mentre l'amava scriveva sulla mente indelebili spartiti di musica per una grande orchestra. Anche se non era il suo mestiere. 
Crino la rivide per caso sulla passeggiata di Nervi, quanti anni dopo! non sapeva. Tanti, ma non gli importava, sembrava ieri. 'Chi ti ha mandato? E' troppo tardi' le sussurrò, respirando il profumo indimenticabile dei suoi capelli. Il Laos era lontano oramai, là aveva vissuto per anni coltivando riso da esportare. Una notte un immenso falò illuminò il cielo del Laos, le coltivazioni di riso bruciavano, il fuoco correva sul campi coperti d'acqua. Si spense allorchè l'acqua fu prosciugata completamente in cielo. 'Ho odiato la mia partenza' le sussurrò lui scostandole una ciocca di capelli per sfiorarle la fronte. Una dolce carezza rubata ai passanti e al mare bianco che si infrangeva rumoroso sulle rocce. 'Mi hai cacciato dalla casa sul lago. Si, mi hai cacciato' continuò Crino trattenendo le lacrime. 'Ti ho cacciato dalla nostra casa, non dalla mia vita' gli sorrise baciandolo lentamente. Era bella come a lui piaceva e l'amava come sempre; di colpo una musica travolgente riprese a suonargli impetuosa nella testa. Lei lo aveva cacciato da casa per vivere tranquilla: quell'assordante, dolcissima, incessante musica, giorno dopo giorno, la frastornava. Si aggrappò a lei stringendole le mani 'troppo tardi, ho due giorni di vita' si, il medico gli aveva dato al massimo tre mesi di vita. Crino aveva contato i giorni. Due giorni, un'eternità. 

lunedì 15 ottobre 2018

Teere

'Nonna è vero che esistono le ranocchie da noi?'
'Certo' rispose la nonna
'qualche volta esistono anche da noi' ripetè Teere saltellando sulla riva del laghetto, tenendo sempre gli occhi fissi sulla riva. Si fermarono sul pontile scaldato dal tiepido sole di quella domenica mattina autunnale e lì si sedettero entrambe.
Più in là un uomo seduto sulla panchina, il cappello in testa e un giubbino blu della festa e le scarpe lucide, parlava da solo; sul bordo dello schienale erano appese ad asciugare tre paia di calzine. Tutto l'intimo di sua scorta.
E più in là, sotto i pioppi il tavolone da picnic era occupato da tre donne con il Hijab, sorridenti distribuivano la colazione ai loro otto bambini. Senza chiasso, nessuno li sentiva. Molti jogginisti non li 'vedevano' nemmeno, quasi fossero inesistenti.
E più in là sul muro esterno di un centro sociale appena sgomberato, Anton stà dipingendo la grande figura un ragazzo seduto, tra le gambe una console. Il murales è dedicato a Can, il suo amico morto tre mesi fa. A tutti dice 'Can amava cantare'.
Teere non sa cosa la circonda, continua a giocare sul pontile, cerca le ranocchie tra le anatre intente a pulirsi, aspettando che arrivi la sera di quella tiepida domenica; aspettando il rientro a casa di suo papà partito senza di lei per un 'breve weekend'. La nonna ha tolto la giacca, ad occhi chiusi prende il sole sulla faccia. 

domenica 14 ottobre 2018

Calli

Nel sacchetto, ne era certo, c'erano dodici palline d'oro. Le aveva messe delicatamente contandole una ad una quella mattina, prima di partire per la 'residenza'. Adesso il guardiano davanti a lui, infilando la mano pelosa dentro sacchetto le aveva tolte una a una e deposte sul tavolo davanti a lui: 'una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove'. La risata della guardia risuonò nella sua testa mentre Calli confuso assicurava che erano dodici. Per entrare nella 'residenza' e vedere sua moglie dovevano essere dieci, tante quanti gli anni in cui Francy vi era 'ospitata'. Non una in più non una in meno. Questa era la regola vigente, 'la legge' era uguale per tutti. La porta davanti a lui restava chiusa anche quest'anno. La risata sdentata del guardiano accompagnava la sua mano mentre rimetteva nel sacchetto le nove palline d'oro. E subito fu spinto fuori con una bastonata sulla testa dal secondo guardiano. L'orecchio destro colpito in pieno iniziò a sanguinare copiosamente. Ma Calli non ne sentiva il dolore, il macigno era sul cuore: aveva fallito anche questa volta. Dieci anni prima la sua bellissima e amata moglie Francy, accusata di non essere 'indifferente' a sufficienza, rientrando da un raduno sulla piazza a sostegno delle donne maltrattate, fu presa e portata come 'ospite' (così venivano definite le persone 'trattenute' per forza) nella 'residenza' (così era definita questo luogo di detenzione). La regola per visitare gli ospiti era: una pallina d'oro per ogni anno. Il primo anno Calli lavorò sodo per mettere insieme la pallina d'oro, si presentò sicuro che avrebbe visto Francy consegnado sorridendo il suo sacchetto al protocollo. Ma quando fu fatto entrare davanti alla porta il guardiano rovesciò sul tavolo un sacchetto vuoto. Fu bastonato e cacciato. Per altri cinque anni si era presentato con tante palline d'oro quanti gli anni che Francy mancava da casa. Ogni anno mancava una pallina. Pensò di aver capito e dal settimo anno mise sempre, inutilmente, una pallina in più. Questa volta Calli era speranzoso, aveva messo dodici palline d'oro nel sacchetto, due in più, una per ciascuno dei due guardiani, così ne sarebbero rimaste dieci, quante gli anni che sognava Francy.
Arrivato a casa Calli, depose il sacchetto con nove palline nel frigorifero e inizio subito a lavorare per prepararne altre, quell'anno gliene sarebbero servite undici..ma ne avrebbe messe almeno tre in piu! 'il tempo mi deve bastare' pensò contando le ore che lo separavano dalla visita annuale alla 'residenza: avebbe lavorato ogni notte e ogni giorno e forse si, ce l'avrebbe fatta. Ma aveva sbagliato a fare i conti. Forse apposta, forse per orrore. 

venerdì 12 ottobre 2018

William

Aveva sposato Lisa subito dopo la laurea, in fondo si conoscevano delle elementari. Le famiglie si frequentavano da sempre e loro due praticamente giocavano insieme fin dai lego dai '3 anni in su'. William aveva passato la sua infanzia, poi l'adolescenza e quindi la giovinezza con lei, un tenero e profondo sentimento di bene, di amicizia e di confidenza li univa. Entrambi figli unici, erano anche una sorta di fratelli, si spalleggiavano, si difendevano a vicenda, si capivano al volo. Quando tra di loro c erano incomprensioni o punti di vista diversi (e soprattutto durante gli anni dell'università ciò accadeva sempre più frequentemente), era sempre William a cedere, ad evitare discussioni. Lisa non mollava mai, voleva sempre aver ragione e lui lo sapeva. In fondo, si diceva, a cosa serve discutere con lei!
All'eta' di quart'anni William si era innamorato perdutamente di El senza mai confessare il suo amore.  Lavoravano insieme, fianco a fianco, nel laboratorio di ricerca. Passavano il badge al mattino alla stessa ora, bevevano il caffè al bar con gli altri collegi sdrammatizzando e scherzando sulle miserie umane, mangiavano  insieme alla mensa dell'ospedale, discutevano e condividevano i buoni risultati e i fallimenti delle loro ricerche, schiacciavano il telecomando all'unisono delle loro auto e uscivano dal garage alla stessa ora. William guardava El andarsene nella strada opposta alla sua, sopportava la sera e la notte solo perché il giorno dopo sarebbe stato identico a quel giorno. Con El a suo fianco. E il suo  felice e smisurato amore  inconfessato chiuso nel petto da oramai quindici anni.
Quando la figlia lo trovo' riverso a terra nello studio di casa, con il viso aperto da un colpo di pistola, non riuscì a pensare a nulla. Nella mano destra William teneva ancora la pistola. Sia lei che sua madre avevano passato con lui l'intera domenica, nella solita tranquillità famigliare.  Il giorno dopo dovevano tutti e tre andare al lavoro come ogni lunedì.
Ma El quel lunedì non avrebbe passato il badge. William lo sapeva, era andato al suo funerale due giorni prima.

domenica 30 settembre 2018

Ryan il ragazzo che odiava le biciclette

Sulla saracinesca del negozio di biciclette un foglio  incollato con lo scotch 'chiuso per morte del proprietario'
Chi era? chiese, dopo aver letto il foglio, una donna ad un altra che passava in bicicletta
Ma si, era quel bellissimo ragazzo che odiava le biciclette - rispose rallentando
Perché? Chiese stupita
Leggi dall'iniziò il suo libro e capirai perché - rispose la donna già lontana pedalando in fretta

Il libro inizia così:
'Perché?'
da tanti giorni oramai viveva da sua nonna e la voglia della sua cameretta e dei suoi carillon era tanta. Ryan dopo aver pianto ogni notte per molte notti, ora non soffriva più. La nonna lo coccolava molto, come si meritava un piccolo di cinque anni.
Il papa' aggiustava biciclette, lo vedeva chino sui pedali e le catene. Vedeva la sua nuca e l'orecchino nel lobo sinistro. Ryan andava in negozio scappando da casa mentre la mamma cucinava. La sua bellissima mamma con gli occhi grandi e sorridenti.
Quel giorno il papà era abbracciato ad una signora mai vista, dietro decine di biciclette da riparare.
Ritorno' pensieroso di corsa a casa, la mamma felice lo sedette a tavola baciandogli i capelli neri.
Poi per molte notti senti' la mamma piangere, i suoi occhi grandi non erano più sorridenti ma arrossati.
Da un lunedì mattina, chissà perché, Ryan viveva dalla nonna. Era lì con la sua borsa, il bigiamino e la sua bicicletta rossa. Che non toccava più da giorni. La odiava.
Quando poi andò all'università tante ragazze gli chiedevano di uscire, ma lui era già molto innamorato.
E quando si sentì' dire 'stasera sei bellissimo' si accorse di essere nudo.

giovedì 27 settembre 2018

Massimiliano

Dagli atti del processo, indetto dal proconsole Dione, si evince che Massimiliano rifiutava di fare il servizio militare per ragioni di coscienza:
« Dione disse: «Fa' il militare se non vuoi morire».
Massimiliano rispose: «Non faccio il soldato. Tagliami pure la testa, io non faccio il soldato per questo mondo, ma servo il mio Dio».
Dione riprese: "non vi è più grande onore che servire Roma'
Massimiliano rispose: "onoro il libero arbitrio donatomi dal mio Dio e mai uccidero' di spada nemmeno per Roma"
Dione disse ancora: "getti al fiume ricchezza e gloria per la tua vecchiaia"
Massimiliano rispose: "nessun servo mostrerà la mia ricchezza e i figli che verranno non esulteranno di bottini di guerra macchiati di sangue"
Il proconsole Dione riprese: «Chi ti ha messo queste idee nella testa?».
Massimiliano rispose: «La mia coscienza e colui che mi ha chiamato».
Dione si rivolse a suo padre Vittore: «Consiglia tuo figlio».
Vittore rispose: «Lui sa da sé, con la propria coscienza, che cosa deve fare.[3] »
Massimiliano fu passato alla spada per aver disobbedito alle leggi di Roma, seguendo la sua coscienza. Aveva 21 anni sei mesi 18 giorni